La valutazione della consulenza finanziaria sulla base dei costi di gestione

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Il 2018 si prospetta come un anno ricco di novità per il mondo finanziario. Gran parte del merito arriverà dall’applicazione del MiFid II, che rivoluzionerà il settore all’insegna di una maggiore trasparenza e di un contenimento dei costi legati alla consulenza. Attualmente, nel mondo dell’advisory il cliente vedeva addebitarsi il costo della consulenza attraverso una fee sugli asset gestiti, ma da diverse parti questa pratica era stata fortemente criticata. In primis, perché il cliente, essendo a corto di esperienza, di formazione e di cultura, spesso non riconosce questa fee tra i costi diretti. In mancanza di trasparenza, il risparmiatore può pagare anche l’1% del proprio investimento come costo di gestione, e se questa percentuale può apparire irrisoria, sul lungo periodo la fee può gravare in maniera importante sui profitti.

Gran parte delle critiche si riassumono nel forte rischio di un conflitto di interessi, evidenziato dall’incongruenza tra la volontà del consulente di aumentare le masse gestite, e l’obiettivo del cliente che punta invece a trovare un profitto degno di nota per il proprio portafoglio e per migliorare la sua posizione nel futuro. Il modello attuale però a breve potrebbe andare “in pensione”, sostituito da forme maggiormente trasparenti come la consulenza finanziaria indipendente.

Non mancano però le alternative per trasformare la fee in una voce più facile da decifrare per il cliente. Una di queste stravolge il modello, spostandolo da costo fisso a variabile dipendente dalle performance dell’investimento. Con questa variante, quindi, il cliente pagherebbe una fee più corposa solo nel caso in cui la consulenza portasse vantaggi maggiori in termini di profitto. Una parte del settore finanziario - soprattutto i consulenti del mondo Wealth - pur evidenziando l’importanza di un modello che potesse valorizzare in maniera più netta e trasparente l’importanza del servizio gestito, ritiene la performance fee difficilmente applicabile, e propone come alternativa il sistema della flat fee. In questo caso si tratta di un sistema che possa essere in grado di valutare in maniera precisa il valore del servizio, ma anche in questo caso sussistono dei “vizi di forma”, in quanto il consulente potrebbe stimare con maggiore difficoltà il tempo necessario a gestire il portafoglio, mentre è più agevole la valutazione della pianificazione finanziaria.

Il modello proposto da Moneyfarm ruota intorno al ruolo del consulente finanziario indipendente e prevede un’altra forma di commissione, che riduce i costi attraverso l’ausilio della tecnologia. Il modello di consulenza finanziaria indipendente proposto dall’azienda italo-britannica riesce a consigliare al meglio il cliente, proponendo attraverso gli strumenti migliori sul mercato, mentre la tecnologia supporta il cliente nella fase della scelta valutando il rischio più adatto alle esigenze e agli obiettivi del risparmiatore, abbassa i costi di gestione, consente un monitoraggio continuo e costante dell’investimento, migliorando il rendimento sul lungo periodo.

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