Pomodori cinesi, tra allarmi e bufale

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Decine di migliaia di tonnellate di pasta di pomodoro arrivano in Italia. Coldiretti alza la voce, l’Anicav ridimensiona.
Bufala o allarme giustif i c a t o ? E n n e s imo esempio di giornalismo d'assalto strappa- audience o inchiesta che mette a nudo la solita cattiva abitudine italiana? Tra i primi a prendere sul serio l'allarme sono le associazioni di produttori, anche se non tutti. Ma in cosa sta, per chi non avesse seguito la vicenda, la questione spinosa? Il la è stato dato da un servizio di Nadia Toffa delle Iene trasmesso su Italia 1. Inviata in Cina, la giornalista ha detto di essersi spacciata, presso grossi produttori locali, per un'imprenditrice interessata ad acquistare materia prima, e ha strappato dichiarazioni decisamente sconfortanti. In breve: questi imprenditori hanno affermato di vendere decine di migliaia di tonnellate di pasta di pomodoro concentrata ad importatori italiani, i quali sarebbero i meno attenti alla qualità. Tale prodotto verrebbe poi diluito sino ad ottenerne otto volte il peso, per l'utilizzo soprattutto nella produzione di sughi e ketchup. Chiaro che l'allarme sfrutta la tradizionale diffidenza nei confronti dei prodotti provenienti dalla Cina, ma è pur vero che la legislazione nel paese dell'Estremo Oriente è assai più permissiva in merito all'uso di additivi, coloranti e pesticidi. D'altro canto, se è possibile acquistare tale prodotto in Cina a 600 euro a tonnellata, in Italia serve spendere il doppio. Non solo: gli italiani, sempre a detta dei cinesi intervistati, sono disposti ad acquistare anche prodotti particolarmente scadenti, del costo ancora inferiore (400 euro/t.), scaduti da tempo e talvolta contenenti larve di mosche. Il problema è che la legge prevede l'applicazione del made in Italy in caso di “lavorazione sostanziale” nel nostro paese.

Termine che non è preciso a si presta a diverse interpretazioni. Fatto sta che per l'ambito “made in Italy” basta che ci sia un processo di lavorazione, mentre non è obbligatorio indicare la provenienza della materia prima. Indignati associazioni di consumatori e di produttori, ma non sempre per lo stesso motivo. A lanciare l'ennesimo allarme è soprattutto Coldiretti, che afferma che il 10% della produzione nazionale è ormai fatta con pomodoro cinese (circa 100mila tonnellate l'anno, con un aumento del 520%). Aggiungendo che gran parte del prodotto importato dalla Cina arriva nel porto di Salerno, come evidenziato dal rapporto Agromafie. Cina che ha iniziato a coltivare pomodoro da industria nel '90 e oggi ha superato l'Europa, ed è seconda solo agli Stati Uniti. L'Anicav (Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali) critica l'atteggiamento di Coldiretti e racconta una storia ben diversa, a partire dall'importazione che sarebbe scesa drasticamente. Non solo, ma il prodotto che sbarca in Italia sarebbe rilavorato per essere poi totalmente trasportato all'estero come prodotto finito, soprattutto verso l'Africa. Al contrario, il 98,5% del pomodoro lavorato che viene consumato nel nostro paese è sotto forma di passate, polpe e pelati, non certo sughi e ketchup. Chi ha ragione? Alla fine il problema è sempre quello di una legislazione carente nella difesa del vero made in Italy. Purtroppo non è obbligatorio indicare nell'etichetta la provenienza del prodotto, ma anche se fosse diretto all'estero (inoltre, perché se va in Africa possiamo stare tranquilli?), è così che valorizziamo il made in Italy? Fregando noi stessi i clienti stranieri sulla provenienza taroccata, a questo punto in combutta coi cinesi? Perché non rendere trasparente questo commercio, come chiede Coldiretti, con indicazioni chiare? E ancora, possiamo stare tranquilli che il 100% di quei fusti che arrivano in Italia vengono tutti nuovamente esportati? Non manca chi sostiene che una percentuale resta da noi, e se i controlli sono quelli che conosciamo non ci sentiamo tranquillizzati. Proprio qualche giorno fa il gip di Napoli ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di imprenditori, dirigenti e amministratori pubblici per appalti per la fornitura di pasti in alcune scuole campane. In particolare, tra le varie accuse, è emerso che confezioni di pomodori provenienti dalla Cina erano etichettate per far credere provenissero dall'Italia. La cosa importante per il consumatore è acquistare prodotti che indicano “100% di pomodori italiani”, come garanzia della provenienza della materia prima. Se nessuno bara ovviamente, dobbiamo fidarci. Ma in fondo vale sempre la raccomandazione della nonna: usare un pezzo di terreno per coltivare pomodori per mangiarli nella bella stagione e fare conserve in casa in vista dell'inverno. Lì sì che si fa a meno di etichette.

dalla redazione de Il Piccolo

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