Donne e politica delle quote: una riflessione

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«E’innegabile che la misoginia esista ancora, benché ora sia più civilizzata»

di Agostino Francesco Poli

La questione della partecipazione politica delle donne non può certo esaurirsi nello spazio di un articolo, ma proveremo ad indicare alcuni elementi. La dicotomia principale, che, se si vuole, può essere individuata agli albori dell’umanità (fatte salve alcune società di tipo matriarcale che pure sono certamente esistite, ma che non hanno lasciato tracce documentali precise, se non in alcune raffigurazioni, come le statue antichissime della Dea Madre, oppure in leggende, usi e costumi, rituali) è costituita dall’uomo con un ruolo “esterno”, pubblico (procacciatore di cibo) e la donna custode della casa e della dimensione familiare, depositaria, quindi, del lavoro di cura. Non c’è bisogno di dire quanto questa opera millenaria sia stata preziosa per la specie umana: basti pensare che dalla radice “oikos”, termine greco per “casa”, è nata la parola “economia”. L’economia, quindi, è una tecnica e una scienza che nasce in casa, nel lavoro di regolazione degli affetti delle risorse, delle relazioni, proprio delle donne. Questa dicotomia ha attraversato i secoli, seppur con alterne vicende e momenti storici in cui le donne hanno potuto godere di una certa autonomia e libertà, oppure, al contrario, sono state confinate in una sorta di prigionia reale e simbolica. A ciò si aggiunga che il pensiero classico iniziò ad individuare nella donna, matrice di vita, strettamente legata alla dimensione corporea ed alla natura, capace di quell’atto inimitabile da un maschio che è la possibilità di generare, la donna , dicevo, è stata via via considerata incapace di pensiero razionale, inadatta al governo delle istituzioni, allo studio, alla conoscenza scientifica, al lavoro esterno, proprio perché “schiava” del corpo. Un’opera di rimozione potentissima, da parte dell’uomo, perlomeno dell’uomo occidentale, della potenza generativa femminile, perturbante e inesplicabile. Per quanto riguarda la questione del suffragio, dopo le forme che assunse nell’antica Roma (da cui le donne furono assolutamente escluse), solo in età moderna esso riacquistò un peso determinante. Il principio di suffragio fu allora strettamente connesso con le idee di volontà generale (espresse in particolar modo da J.-J. Rousseau) e di rappresentanza politica, che numerosi filosofi e pensatori svilupparono a partire dal XVII secolo, trovando dopo la Rivoluzione francese concreta applicazione nella configurazione istituzionale di molti stati moderni. “Si elaborò allora l'assunto per cui la rappresentanza trova fondamento nella sua volontarietà, vale a dire nel fatto che il rappresentato sia un soggetto perfettamente capace di agire e quindi titolare di un potere di controllo e di revoca del rappresentante. Da ciò discende che la rappresentanza politica è di tipo elettivo e il principio cardine intorno al quale essa ruota è l'elezione degli organismi legislativi e in alcuni casi anche di quelli” . Tra il XIX e la prima metà del XX secolo, si pose con forza la questione del progressivo ampliamento del diritto di voto. In Gran Bretagna, dopo la prima guerra mondiale, il diritto di voto fu esteso anche alle donne. In Francia il suffragio universale maschile venne istituito nel 1848, ma fu allargato alle donne soltanto dopo la seconda guerra mondiale. E giungiamo all’Italia. Le donne furono ammesse per la prima volta al voto solo nel 1946. Occorre tener presente che la prima legge elettorale piemontese del 1848, trasposta con lievi modifiche in quella del Regno d'Italia, era basata su criteri di censo molto rigidi. Dopo un percorso di modifiche in senso ampliativo, si giunge alla riforma del 1912, che introduce per i soli uomini un suffragio quasi universale. “L'elettorato attivo fu esteso a tutti i cittadini maschi di età superiore ai 30 anni senza alcun requisito di censo né di istruzione, restando ferme per i maggiorenni di età inferiore ai 30 anni le condizioni di censo o di prestazione del servizio militare o il possesso di titoli di studio già richiesti in precedenza”. Si registra, qui, la prima “sconfitta” parlamentare in merito alla partecipazione politica femminile: la Camera, infatti, respinse con votazione per appello nominale la concessione del voto alle donne, con 209 contrari, 48 a favore e 6 astenuti. Al termine della prima guerra mondiale, nel dicembre 1918, venne ampliato ulteriormente il suffragio, estendendolo a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto il 21° anno di età e, a prescindere dai limiti di età, a tutti coloro che avessero prestato servizio nell'esercito mobilitato. Il suffragio universale (maschile e femminile) fu finalmente sancito in Italia dalla Costituzione del 1948, la quale pone l'unico vincolo dell'avvenuto raggiungimento della maggiore età. Le donne del nostro Paese, per votare, hanno dovuto attendere fino al 1946. Pochi mesi prima della conclusione del secondo conflitto mondiale, il secondo governo Bonomi - su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi - introduceva in Italia il suffragio universale, con Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, "Estensione alle donne del diritto di voto". Le prime elezioni amministrative dopo la fine della Seconda guerra mondiale e del regime fascista, limitate ai soli Consigli comunali, furono tenute in ordine sparso, in più giornate, raggruppate in più serie. Si cominciò nel marzo 1946, si continuò a novembre, e, per alcuni Comuni, si votò anche più tardi. Frattanto si erano tenute, il 2 giugno 1946, le prime elezioni generali dell’Assemblea costituente. Per profonda ironia della storia, nel 1925, la legge elettorale Acerbo aveva previsto il voto amministrativo per alcune categorie di donne: le decorate, le madri di caduti, coloro che esercitassero la patria potestà, che avessero conseguito il diploma elementare, che sapessero leggere e scrivere e pagassero tasse comunali pari ad almeno 40 lire annue. Ma le elezioni amministrative vennero abolite l'anno successivo e fu istituito il regime podestarile: quindi, nessuno votò più, durante il fascismo, per elezioni amministrative. Il suffragio universale fu così concesso dopo 52 anni dalla Nuova Zelanda, primo paese al mondo a concederlo, e a ventitre dalla Birmania, primo paese asiatico ad estendere il suffragio (1922), o paesi come Ceylon, Cuba, Costarica, Pakistan, Turchia, Uruguay, Spagna, Portogallo, Bolivia, Thailandia e le Filippine che lo avevano concesso nel 1931. In questo decreto però non era previsto l'elettorato passivo, che venne introdotto nel marzo 1946: il decreto n. 74 del 10 marzo 1946, "Norme per l'elezione dei deputati all'Assemblea Costituente", sanciva l'eleggibilità delle donne. Fin dalla prima tornata elettorale, quella del 1946, le donne votano in massa. Il voto viene vissuto subito non solo come un dovere (per iniziativa della Dc, infatti era stato reso obbligatorio), ma anche e soprattutto come l’esercizio di un diritto, una affermazione di sé, una speranza o una scommessa sull’avvenire. Scrive Maria Bellonci: «Quando in una cabina di legno povero e con in mano il lapis e due schede, mi trovai di fronte a me cittadino, confesso che mi mancò il cuore e mi venne l’impulso di fuggire: il gesto che stavo per fare e che avrebbe avuto una conseguenza diretta, mi sgomentava... ». Sui banchi dell'Assemblea costituente sedettero le prime 21 parlamentari: nove della DC, nove del PCI, due del PSIUP ed una dell'Uomo qualunque. Sappiamo bene che l’accesso all’elettorato attivo e passivo non ha comportato per le donne la piena cittadinanza politica. Le donne sono cresciute nel mondo del lavoro e nella società in maniera assolutamente rivoluzionaria; sono forti, attive, capaci, ma, se guardiamo le elette, le rappresentanti nelle istituzioni, sono ancora troppo scarse. Il 7 marzo 2002 viene approvata a grande maggioranza la modifica dell’art. 51 della Costituzione italiana. All’articolo 51 (Titolo IV – Rapporti politici) della Costituzione “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge” viene aggiunto: “La Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra uomini e donne”. Il ddl costituzionale viene approvato in via definitiva il 19 marzo 2003. Il 14 dicembre 2005 è stata approvata in Senato la legge elettorale, e, in quella sede, il no del Senato già espresso al disegno di legge recante “disposizioni in materia di pari opportunità tra uomini e donne nell'accesso alle cariche elettive della camera dei deputati e del senato della repubblica” è stato replicato. La Camera lo aveva precedentemente bocciato ad ottobre. È storia di questi giorni la bocciatura da parte della Camera, a scrutinio segreto, degli emendamenti promossi per garantire la presenza femminile ai vertici delle liste bloccate previste dalla proposta di legge elettorale in discussione. La realtà evidente è che l’introduzione di formule a “garanzia di partecipazione democratica”, come ha proposto di chiamarle la sociologa Chiara Saraceno, non piace ai nostri politici, almeno ai più. Per dare spazio alle donne in politica – se si parla della politica della rappresentanza – bisognerebbe forse prima di tutto cambiare le pratiche politiche dei e nei partiti. Per chiudere, riporto una frase, ancora di Chiara Saraceno: “Smettiamola di parlare di “quote rosa” e prendiamo invece atto del fatto che finora, nella politica locale come in quella nazionale, esiste una sola quota, quella maschile. Protetta militarmente da qualsiasi intrusione». Evidentemente, il modello sociale di cittadinanza e quello politico hanno una strada lunga per incontrarsi. Ed è innegabile che la misoginia esista ancora, benché più civilizzata.

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