Prodotti padani, dobbiamo vergognarci?

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A 20 anni di distanza dal caso Padania che dovette cambiare nome, oggi tocca a Pomì.
Informare il consumatore della provenienza di quel che mangia, illustrare la tracciabilità del prodotto e la filiera di produzione, perseguire il km zero. Sono ormai esigenze che il cliente manifesta, richieste cui il produttore deve rispondere, ma evidentemente per qualcuno non è sempre così. Ci riferiamo ovviamente al clamore che ha scatenato la nuova pubblicità nazionale della Pomì, marchio orgoglio del territorio casalasco. A partire da domenica scorsa la nuova campagna pubblicitaria riporta lo slogan “Solo da qui, solo Pomì”, con un pomodoro che campeggia sopra 4 regioni evidenziate: Lombardia (che fa la parte del leone col 75% della produzione), Emilia Romagna (20%), Veneto (4%) e Piemonte (1%). Ci ha messo poche ore la pubblicità a scatenare le proteste soprattutto nel napoletano, dove hanno accusato il Consorzio Casalasco del Pomodoro di speculare sul disastro ambientale della cosiddetta “terra dei fuochi”, colpita dal dramma dei veleni che hanno inquinato falde acquifere, vegetazione e atmosfera. Alcuni media meridionali hanno re a g i t o c h i e d e n d o l e s c u s e dell’azienda, la cosa che ha colpito di più è però la nota con cui si è espresso il ministero delle politiche agricole. Il ministro Nunzia De Girolamo (campana) ha parlato di “distinzione etnica” fra pomodori, accusando l’azienda di arrecare danno ai produttori del suo territorio. Ovviamente tutta la politica locale si è schierata a favore del Consorzio Casalasco, ma stupisce davvero come sia considerata in pratica razzista la rivendicazione della provenienza da un determinato territorio.
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Quante volte abbiamo sentito pubblicità che parlavano di succhi di frutta con “solo arance di Sicilia”, o di olii con “sole olive pugliesi”, e via dicendo. Mai nessuno in verità, giustamente, se l’è mai sentita di accusare chissà chi di discriminazione territoriale. Si tratta di valorizzare la propria produzione e garantire il cliente su ciò di cui si accinge a nutrirsi. Detto questo, è chiaro che nell’occasione si sia voluto rimarcare anche come il prodotto Pomì non sia interessato dall’emergenza campana, ma tutto nell’ottica di tranquillizzare il consumatore, spesso straniero. Un diritto sacrosanto sia dell’azienda che del cliente. E invece ci sono addirittura associazioni (locali) di consumatori intervenute a chiedere le scuse. E scusarsi di che? Di utilizzare pomodori della pianura padana, o solo di farlo sapere a chi li mangia? Siamo alla follia, e spiace che proprio dal ministero parta la reprimenda. D’altra parte la pianura padana non ha saputo farsi rappresentare nelle stanze dei bottoni. Negli ultimi 20 anni nessun ministro dell’agricoltura (e denominazioni varie) proveniva dalla Lombardia: gli unici del nord sono stati i veneti Zaia e Tosi, per un breve periodo “imposti” dalla Lega al governo Berlusconi. Poi, ben 7 ministri pugliesi, 3 campani, 2 laziali, un siciliano ed un umbro. Questo dal 1993 ad oggi, vent’anni tondi. E sì che la pianura padana non rappresenta una parte irrisoria dell'agricoltura italiana, tutt'altro. Nessuno accusa quei ministri di aver tutelato solo i loro territori, ci mancherebbe, ma l’ultima uscita della De Girolamo qualche dubbio lo fa venire.

Non pochi ricordano come nel 1996 un’altra grande azienda di Casalmaggiore sia stata costretta a cambiare addirittura il nome con cui vendeva i prodotti in tutta Italia. Il latte “Padania” era stato fatto oggetto di una campagna di boicottaggio nel centro sud, dopo le minacce secessioniste di Bossi. Ma che c’entrava la “Padania Alimenti”, nata negli anni Settanta, con tutto questo? Eppure fu costretta a cambiare il nome dei prodotti, fortunatamente accrescendo poi i propri successi col marchio E'Più. Padania Latte prima, Pomì poi. Che dobbiamo fare, vergognarci di vivere nella pianura padana?

di Vanni Ranieri

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