La Cremona del futuro: un sistema "emergente" dal basso?

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La città si trasforma e con essa le dinamiche urbane, politiche e culturali. E creativa si definisce la città che non solo guarda al futuro ma ne diventa essa stessa laboratorio. Sempre da più parti, sia in Italia che all’estero, il concetto di “sistemi emergenti” (sistemi - siano essi fisici, biologici, economici, sociali - in cui non esiste un centro direttivo centrale ma comportamenti collettivi, complessi e intelligenti, “emergono” per autorganizzazione alla superficie di un substrato profondo dove hanno luogo numerose interazioni tra elementi - o soggetti - “attivi”) è uscito dai centri di ricerca universitaria, iniziando a circolare sulla bocche e nei progetti di molti cittadini. Questi meccanismi, che da una ventina d’anni hanno progressivamente guadagnato l’attenzione di un numero crescente di studiosi, sono in realtà più diffusi di quanto non pensassimo: dalle muffe ai movimenti no-global, dalle colonie di insetti al cervello umano, dalle città ai videogame e all’economia, dai movimenti di protesta ai social network.
Proprio da questo approccio sono nati e si sono sviluppati Movimenti, Associazioni e Aggregazioni, compresi i Laboratori Urbani: spazi fisici e virtuali, dove la progettazione avviene “dal basso verso l’alto”, valorizzando le proprietà “emergenti” dei sistemi urbani con l’obiettivo di far crescere la partecipazione e qualificare il sistema di pianificazione locale. A Cremona si chiamano Polide, Luci, Comitato per l’Acqua Pubblica, ed altri che sono sul punto di nascere. Fenomeni che ormai non possono più essere ignorati, né dai cittadini né tantomeno da amministratori e politici. Sul ruolo che questi nuovi oggetti sociali non identificati possono giocare nella città del futuro ne abbiamo parlato con Roberto Vitali, Consigliere Comunale Udc e animatore dell’iniziativa “Polide”.

Il nome del Laboratorio di idee e cultura politica "Polide" di via Palestro, esatto contrario di a-polide (ovvero “privo di coscienza civile”) è un nome pregnante e dalle mille sfaccettature. Quali gli obiettivi che questo Laboratorio si propone di perseguire?
«Anzitutto Polide non è qualcuno ma siamo tutti. Non è una associazione ma uno spazio aperto. Una stanza, un laboratorio sociale capace di catalizzare persone che abbiano come obiettivo la realizzazione del bene comune. Un movimento che si prefigge di rilanciare una visione positiva della politica ispirandosi ai principi di democrazia e di solidarietà. L’adesione al Laboratorio è individuale, libera, non vincolata da particolari esperienze professionali, culturali e politiche».

Con Polide, come con altri laboratori ed associazioni civiche, i cittadini passano perciò da enti passivi (e, volendo, potenzialmente “manipolabili”) a enti “attivi” dalle cui interazioni emerge una sorta di intelligenza collettiva, senza alcun “programma” centrale?
«Infatti non si tratta di ingabbiare, ancora una volta, la politica in partiti e liste civiche, bensì di promuovere la partecipazione attiva della cittadinanza alla vita politica, partendo dalle persone. Il minimo comune denominatore è la buona politica».

Il fenomeno dei laboratori urbani è dunque un’occasione per i cittadini, ma anche per la politica: che ricomincia ad essere un “processo”, ritrova il contatto con la realtà e ritorna ad essere quindi anche officina e non solo conservazione?
«Spesso, molto spesso le decisioni calate dall'alto fanno pensare che i politici vivano sulla luna. Purtroppo negli ultimi anni abbiamo assistito ad uno scollamento della rappresentanza politica. Soggetti, capaci di attirare l'attenzione, messi in campo da un sistema che tende solo a conservare il proprio potere. E' ora di cambiare ed i cittadini devono essere consapevoli che insieme possono essere una forza. Personalmente sono del parere che le cose non si risolvono gettando tutto al vento, ma al contrario, impegnandosi resposabilmente e valutando i risultati conseguiti».

Nella politica (come in altri ambiti) i grandi sistemi calati dall’alto in modo “preconfezionato” sono esausti ed ormai incapaci di adattarsi ad una realtà in continuo movimento. Queste forme di aggregazione sono una buona occasione per costruire modelli più elastici, ripartendo dai pezzi sparsi tessuti insieme con un movimento bottom-up, ed in grado quindi di adattarsi alla geometria non-euclidea del mutevole spazio cittadino?
«Quando si criticano i partiti si pensa che sia un discorso antipolitico, quasi esistesse una sorta di sinonimo tra politica e partiti. L’attuale sistema è tuttaltro che elastico ed aderende alle trasformazione della socetà. I partiti tendono sempre più a divenire il tutto e a non valorizzare l’essere una parte. Questo da spazio al formarsi di apparati e soprattutto di oligarchie che, grazie al senso di impotenza diffuso tra i cittadini (il libro la Casta ha contribuito a far aumentare questa sensazione) concentrano il potere decisionale in circoli ristretti. I cerchi magici non sono solo un fenomeno leghista. Chi conosce i partiti. Quante volte la parola tradimento è risuonata in questi anni, e non solo verso i “cambia casacca” per interesse, ma anche verso chi manifestava il disagio della sua coscienza rispetto a certi problemi!».

Questi Laboratori, organizzati in una vasta rete, proprio attraverso la logica della costruzione “dal basso” (bottom-up) possono portare col tempo alla tessitura un nuovo modello civico ed urbano caratterizzato da un decentramento politico ed amministrativo nonché da comitati ed organismi delegati con poteri in grado di incidere realmente sulle scelte delle amministrazioni?
«Nei piccoli comuni questo già avviene. Infatti la gran parte dei sindaci sono eletti con liste civiche. Senza simboli di partito, rispondendo solo alla gente. In questo momento sono in atto vari tentativi di collegare esperienze diverse sul territorio lombardo e nazionale, ma di fondo c'è una certa diffidenza rispetto ai soggetti promotori. Noi siamo aperti verso le idee e con le persone».

Le idee e i progetti nascono nei cittadini per “partenogenesi”, trovano nei Laboratori il loro “campo di forze” che le sostiene ma hanno bisogno della politica per affermarsi. Quale ruolo destinare al Comune, in relazione ad una potenziale rete di Laboratori urbani interconnessi?
«L’amministrazione pubblica non deve assolutamente mettere il "cappello" sui gruppi costituiti spontaneamente. Il rischio è che facciano la fine dei Comitati di quartiere, nati per volontà della gente comune ed inseriti forzosamente in un meccanismo farraginoso, con una regolamentazione rigida, dove le regole precludono la dinamicità e la libertà del gruppo a favore del contentino per qualcuno».

di Michele Scolari
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