Un territorio compatto e una grande provincia del Po

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Un territorio unito e compatto nella scelta delle future aggregazioni interprovinciali: questo l’auspicio del vice sindaco di Cremona Carlo Malvezzi in merito al futuro assetto territoriale di Cremona, la cui provincia è destinata ad essere accorpata. «E’ importante che si attui una vera e propria concertazione con i territori limitrofi, cercando di dialogare con le realtà a noi più omogenee. Ad esempio il lodigiano risponde molto bene a tali requisiti, ed è già in corso un confronto con questo territorio. Ovviamente senza escludere la prospettiva di un dialogo anche con il mantovano. Accanto a questo, l’ipotesi di coinvolgere anche Piacenza sarebbe suggestiva, in quanto tale territorio ha delle caratteristiche interessanti, sia per la sua appartenenza all’area del Po, sia per il suo tessuto socio-economico, che ben potrebbe integrarsi con il nostro. Purtroppo tale ipotesi si arena sulla necessità di passaggi molto complessi, che richiederebbero anche la realizzazione di referendum nei vari comuni».

Tuttavia il territorio cremonese non appare sempre così compatto nel portare avanti la partita delle aggregazioni, con opinioni piuttosto discordanti tra i diversi Comuni. «Bisogna evitare fughe in avanti» sostiene Malvezzi. «Alcuni amministratori hanno convocato una riunione tra i sindaci cremaschi per il 31 luglio, ma dovrebbero rendersi conto che la soluzione migliore è lavorare da subito tutti insieme. Non serve a nulla difendere ognuno il proprio campanile, perché il territorio mantiene il proprio valore solo restando compatto».

La discussione tra i territori procede spedita: con Lodi, come si è detto, non mancano i punti di incontro, ma anche con tra il territorio cremonese e quello mantovano c’è una situazione di continuità. «Basti pensare» ricorda Malvezzi, «al fatto che per raggiungere certi comuni cremonesi bisogna transitare per alcuni tratti del territorio mantovano».

Qualcuno vorrebbe che fosse realizzata una grande provincia del sud della Lombardia, che potrebbe offrire numerosi vantaggi, in termini di forza politica ed economica, a tutto il territorio. Il fiume Po può essere un notevole trait d’union, e per questo l’ipotesi di una provincia unica formata da Lodi, Cremona e Mantova è per molti interessante. «Guardo con estremo interesse a tutte le relazioni che intensifico i rapporti con il piacentino, pur nell’impossibilità di aggregarsi ad esso, in quanto si tratta di una realtà che, oltre essere anch’essa affacciata sul Po, ha una presenza industriale interessante e sta sviluppando un buon polo logistico. Un territorio come questo deve rimanere un importante alleato, a prescindere dall’estensione della provincia».

Malvezzi esorta quindi anche cremaschi e casalaschi a mantenere una posizione il più possibile condivisa. «Nei colloqui che ho avuto, mi è sembrato che le voci che esortavano una divisione territoriale rappresentassero posizioni più isolate che condivise. Ricordo a tutti che la debolezza territoriale non si supera con la frammentazione, ma con la capacità di stare uniti. Bisogna quindi superare le tentazioni centrifughe».

Respinta invece l’ipotesi di un’aggregazione con il territorio bresciano, in quanto, secondo l’amministratore, «si tratta di una realtà fisicamente vicina a noi ma con caratteristiche troppo differenti, sia dal punto di vista morfologico che economico».

Ottimistica quindi la posizione del vice sindaco di Cremona, secondo cui, nei termini previsti, il Comitato delle autonomie locali potrà sottoporre alla Regione delle proposte interessanti.

Non manca tuttavia una posizione piuttosto critica nei confronti del Governo e di come ha messo in atto la spending review. «Condivido lo sforzo che si sta facendo per contenere la spesa. Tuttavia il metodo con il quale si persegue tale obiettivo appare troppo disarticolato e “pasticciato”. Una riforma di questa portata avrebbe dovuto dare una maggior certezza rispetto, ad esempio, alle competenze che verranno dirottate su Regioni e Comuni, ma anche maggiori certezze al cittadino. Questa materia avrebbe dovuto essere affrontata all’interno di una riforma istituzionale completa, in quanto riforme di questo tipo non possono essere fatte per decreto». E’ infatti alta l’incertezza, specialmente per i Comuni, rispetto alle competenze che spetteranno loro come previsto dalla spending review. «L’approccio di questo Governo fa ricadere sul territorio gli effetti di azioni concepite in quattro stanze, senza considerare le conseguenze. Molti Comuni già oggi impegnati nell’erogazione di servizi, rischiano di trovarsi spiazzati da questa riforma, in quanto non esistono sicurezze. Non sappiamo neppure se avremo risorse in più per sostenere i nuovi oneri. Sarebbe stato più opportuno un approccio più sistemico e meno improvvisato. In questo modo rischiamo di assistere a una delegittimazione delle autonomie locali, già svilite dall’attuale modo di concepire la finanza pubblica».

 di Laura Bosio

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