Giovedi 27 Nov

Lavoro. Paola Orini: «I Giovani devono imparare ad adattarsi»

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Presentati dall'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e Cremona ed elaborati dagli istituti Crisp e Istat, i dati relativi ai livelli occupazionali del 2011 rivelano un quadro di difficile ripresa per il territorio cremonese, che pare incontrare particolari difficoltà soprattutto se confrontata con le altre province lombarde. Con circa 1.000 disoccupati in più rispetto all'anno precedente, il 2011 segna un anno difficile per l'economia locale e le previsioni per il 2012 confermano il trend negativo, con particolare difficoltà per le fasce più giovani della popolazione, mentre si rivela in crescita l'occupazione femminile. L'assessore  provinciale all'istruzione, alla formazione e al lavoro Paola Orini analizza l'attuale mercato del lavoro territoriale sulla base dei dati recentemente rilevati.

Quali sono le cause che rendono la crisi particolarmente sentita e che condizionano la lentezza della ripresa?

«Le difficoltà che colpiscono il cremonese devono essere inserite in un quadro nazionale già di per sé problematico. Rispetto al resto della Lombardia, però, ha fattori sociali e ambientali specifici. Si tratta di un territorio in larga parte agricolo, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese. Questo può essere visto come un vantaggio dal punto di vista della qualità della vita lavorativa, ma in periodo di crisi può portare a maggiori difficoltà. Le grandi imprese, infatti, hanno solitamente risorse maggiori per fare fronte alla crisi. Rispetto alle altre province, il nostro territorio si caratterizza inoltre per una popolazione di età più avanzata. Dal punto di vista produttivo e commerciale, Bergamo e Brescia, per esempio, hanno anche una produzione più vasta con forti rapporti con l'estero. Noi, in particolare dopo la chiusura di Tamoil, non abbiamo molte aziende di grandi dimensioni, ad eccezione di alcune punte di diamante come il polo della cosmesi cremasco o l'acciaieria Arvedi. Nel cremonese la crisi ha influito sulla chiusura di molte aziende del territorio, in particolare medie e piccole. E' vero che la provincia di Cremona ha una ripresa un po' più difficoltosa se messa a confronto con le altre province lombarde, ma risulta comunque sopra la media se messa a confronto con il resto d'Italia. Questo tenendo conto del fatto che i dati Istat si basano sui numeri di chi ha cercato attivamente lavoro nelle settimane prima della rilevazione, ma non tiene di chi, ormai scoraggiato, non cerca più».

Dai dati si evince che a fare le spese di questa crisi sono soprattutto gli uomini tra i 25 e i 34 anni e comunque le fasce più giovani della popolazione. Si tratta di un fenomeno particolarmente grave perchè esse dovrebbero costituire la fascia più produttiva delle forze lavoro.  Come si spiega il fenomeno?

«E' un trend difficile da analizzare. In parte è legato al fattore ricerca e adattamento: non si trovano giovani disponibili per certi settori e certi lavori, che invece gli stranieri accettano con maggiore frequenza. Non sempre i giovani mostrano spirito di adattamento in questo senso, anche se ciò spiega solo in minima parte il problema».

E' necessario un cambiamento, in questo senso, per favorire la ripresa?

«Non sarebbe l'unica soluzione a tutti i mali, ma la mentalità e l'orientamento professionale devono comunque cambiare, sia da parte dei giovani e delle famiglie, sia da parte delle scuole e degli enti preposti all'orientamento. Ci sono dei lavori che attualmente avrebbero un mercato, ad esempio il settore metalmeccanico ha bisogno di personale tecnico di media preparazione. Il percorso di studi, però, spesso non viene scelto valutando le richieste del mondo del lavoro. Non si può più continuare a pensare che chi è bravo va al liceo classico, mentre chi è meno predisposto allo studio si iscrive agli istituti professionali. Bisogna invece saper valutare i bisogni degli anni futuri nel mercato del lavoro. Non si risolverebbero tutte le difficoltà del mondo del lavoro, ma sicuramente sarebbe d'aiuto».

di Martina Pugno

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