Che fine sta facendo il “contratto sociale”?

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Verrebbe da chiedersi: ma perché si è cittadini? A scuola ci parlavano del contratto sociale. Per far parte di uno Stato, ognuno di noi deve sottostare ad alcune regole: per esempio, pagare le tasse, osservare le prescrizioni del codice penale, del codice civile, e così via. In cambio, il cittadino sa che la sua sicurezza è tutelata, che i figli potranno andare a scuola, che verrà curato se si ammala, che riceverà una pensione al termine della sua vita lavorativa, eccetera. Perlomeno, queste erano certezze fino a poco tempo fa. Mi sembra che questo sistema di certezze si stia sgretolando, e forse sta qui la radice della grande paura che si sente crescere intorno. Altro che lo spread, ci pare di capire. Qui, se le compatibilità di bilancio non ci sono, tagliano la possibilità che tuo figlio possa frequentare l’università e che tu venga curato. Hai lavorato una vita, ti propongono l’”esodo”, poi scopri che non ci sono soldi per la pensione e così non hai né quella né il lavoro. O comunque non si hanno più certezze su quando potrai andare in pensione. Ma il patto, il contratto, dove sono finiti? Lo Stato non sta più onorando i suoi impegni nei confronti dei cittadini? Chi ha pagato le tasse, ha lavorato, si è comportato bene, quindi ha onorato le clausole contrattuali, pretende, giustamente, che vengano rispettati anche gli obblighi contratti dall’altra parte. Del resto lo stesso Mario Monti evoca il contratto sociale, quando dice che l’evasione fiscale è una grave violazione del patto tra Stato e cittadini. Sicuramente ha ragione. Ma allora, cosa dovrebbero dire i cittadini? Quando lo Stato non rispetta i patti, a quale giudice dovrebbero appellarsi? E’ a questo punto che la Politica con la P maiuscola dovrebbe, attraverso i partiti, farsi interprete… Per adesso, attendiamo fiduciosi.
Daniele Tamburini

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