Venerdi 31 Ott

In breve

Le politiche di austerità hanno effetto recessivo

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Le misure previste nel decreto legge n. 95 del 6 luglio scorso (quello sulla cosiddetta spending review, o revisione della spesa pubblica) impattano fortemente su una spesa pubblica già sottoposta a tagli e riduzioni di trasferimenti statali da anni a questa parte. Dopo le tasse e le imposte, la riorganizzazione della macchina pubblica e la razionalizzazione della spesa. È presto per dire se tutto ciò porterà a ridurre gli sprechi o, piuttosto, a tagliare servizi. Alcune misure – vedi i tagli alla ricerca e la sostanziale deregulation della possibilità di aumentare le tasse universitarie - sembrano stridere con le intenzioni di crescita e sviluppo. Altre lasciano nel limbo di “decreti attuativi” la riorganizzazione della macchina pubblica periferica (la riduzione del numero e delle competenze delle Province). Sono  pesantemente coinvolti la sanità (siamo sicuri che un piccolo ospedale è comunque inefficiente?) e la giustizia. Sono ancora previsti grandi tagli alla spesa delle Regioni e degli enti locali (alcuni hanno paventato di non poter riaprire le scuole a settembre). Sono tagliati gli organici di dirigenti e dipendenti pubblici (ma che fine farà, questa gente?). E la reazione del Paese? Protestano i sindacati, la Confindustria (ma con toni parzialmente attenuati, dopo il primo giudizio di Squinzi, che ha parlato di “macelleria sociale”, e la reprimenda di Monti) e la società civile. Alcuni  economisti continuano a sostenere che la ripresa certamente non passa da tagli, riduzione di servizi, licenziamenti. Ma, nelle forze politiche, almeno in quelle rappresentate in Parlamento, c’è accettazione, a volte non molto convinta (quasi che sia l’ennesimo amaro calice da sorbire), a volte vigorosa (alcuni esponenti Pd hanno scritto che il loro partito dovrebbe portare l’agenda Monti nella prossima legislatura). La grande stampa plaude alle misure del governo, che incassa l’approvazione di Ue e Bce. Insomma, tutto bene? Ne abbiamo parlato con Guglielmo Forges Davanzati, docente di economia politica all’Università del Salento e saggista.

 Professore, vorrei partire proprio da questo: se la metà delle misure di spending review attuate o in via di attuazione da parte del governo Monti fossero state realizzate dal governo Berlusconi, si sarebbe verificata, su molti versanti, una vera e propria sollevazione. Adesso non è così. Perché? Cosa è cambiato, rispetto a un anno fa?

Il Governo Monti fa gioco sullo stato di emergenza e, in larga misura, lo crea, diffondendo il timore di attacchi speculativi determinati da un eccessivo debito pubblico e il conseguente possibile fallimento dello Stato italiano. Occorre preliminarmente rilevare che un elevato debito pubblico non costituisce in sé un problema, se è data alla Banca Centrale la possibilità di acquistare titoli di Stato non acquistati da privati (il che non  nelle prerogative della BCE). In altri termini, la teoria economica, ad oggi, non è in grado di stabilire il limite di sostenibilità del debito pubblico, se non rinviandolo a fattori extra-economici che, per loro natura, attengono alla sfera delle decisioni politiche. Non si spiegherebbe diversamente per quale ragione, a titolo esemplificativo, l’economia giapponese non ha un problema di eccesso di debito pubblico con un rapporto debito/PIL che supera il 220% (a fronte del 120% italiano). Il problema italiano consiste semmai nella fragilità dei c.d. fondamentali: basso tasso di crescita ed elevato e persistente disavanzo della bilancia dei pagamenti, innanzitutto.

Qual è il suo giudizio complessivo sul decreto legge cosiddetto di spending review?

La spending review è, nonostante quanto afferma il Presidente del Consiglio, una manovra fiscale di massicce dimensioni, che viene legittimata dalla lotta agli sprechi. “Spreco” è forse il termine più ricorrente nel dibattito politico italiano degli ultimi anni, eppure il suo esatto significato è piuttosto oscuro. Non si tratta, in questo caso, di avventurarsi in una disquisizione linguistica, ma di interrogarsi sugli effetti che l’uso di questo termine ha sulle principali scelte di politica economica. Il provvedimento sulla spending review (revisione di spesa) intende legittimarsi precisamente intorno a questa parola d’ordine, dato l’assunto (tutto da dimostrare) che tutto ciò che è pubblico è fonte di spreco, inefficienza, corruzione. La chiusura di ospedali, il licenziamento di funzionari pubblici, la decurtazione di fondi per la ricerca, la soppressione o l’accorpamento di Enti considerati inutili, la riduzione del numero di Province asseconda appunto il progetto dichiarato di riduzione degli sprechi. Il fine dichiarato è rendere la pubblica amministrazione più efficiente: il risultato consiste nell’ulteriore drammatica manovra di contrazione della spesa pubblica, con inevitabile aumento della disoccupazione e minore quantità (e qualità) di beni e servizi offerti dallo Stato, ovvero riduzione del potere d’acquisto delle famiglie.  Si calcola che le misure adottate generano un effetto di decurtazione della spesa pari a 4,5 miliardi di euro per 2012, 10,5 miliardi per il 2013 e 11 miliardi per il 2014, con particolare riguardo ai tagli dei servizi sanitari (circa 13 miliardi di euro). Il tutto senza ridurre l’aumento dell’IVA, che verrà posticipato e che ammonterà a circa 4 miliardi di euro, in una condizione nella quale – in assenza di queste misure – il tasso di crescita previsto per il 2013 era di segno negativo, nell’ordine del meno 2-2.5%. Giorgio Squinzi, Presidente di Confindustria, ha definito questa manovra macelleria sociale. Difficile dargli torto.

Va rilevato che il provvedimento di revisione di spesa parte da un assunto falso, ovvero che, nell’ultimo trentennio, la spesa pubblica in Italia sia sempre aumentata. Su fonte Banca d’Italia, si rileva, per contro, che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la spesa corrente ha cominciato a contrarsi, riducendosi, dal 1993 al 1994, da 896.000 miliardi a circa 894.000 miliardi. La spesa complessiva delle Amministrazioni pubbliche diminuisce dal 51,7% al 50,8% del PIL nel 1994 e, nel 1995, continua la riduzione dell’incidenza della spesa sul PIL, che raggiunge il 49,2%. Interessante osservare che, nel confronto internazionale con i principali Paesi OCSE, dal 1961 al 1980 (periodo nel quale la spesa pubblica in Italia è stata in continua crescita), lo Stato italiano ha impegnato risorse pubbliche in rapporto al PIL sistematicamente inferiori alla media dei Paesi industrializzati: a titolo puramente esemplificativo, nel 1980, il rapporto spesa corrente su PIL, in Italia, era pari al 41% a fronte del 41.2% della Germania.

Il documento ministeriale imputa l’aumento della spesa pubblica nell’ultimo trentennio unicamente a una sua gestione inefficiente (p.e. la duplicazione delle funzioni a livello centrale e locale). Anche in questo caso, ci si trova di fronte a una tesi opinabile, per due ragioni.

• 1. Senza negare che sprechi e inefficienze ci sono (e ci sono stati) nella gestione della cosa pubblica, occorre considerare che l’aumento della spesa pubblica, nel periodo considerato dal documento ministeriale, è stato essenzialmente finalizzato all’ampliamento delle funzioni dello Stato sociale (come del resto è accaduto nella gran parte dei Paesi OCSE, in quel periodo) che, a sua volta, si è reso necessario per venire incontro alla crescente domanda di giustizia distributiva in una fase storica caratterizzata da un elevato potere contrattuale dei lavoratori e delle loro rappresentanze nell’arena politica. Appare, dunque, a dir poco riduttivo ritenere – come fa il Governo – che la spesa pubblica è aumentata perché è stata gestita male.

• 2. Non è chiaro perché la revisione di spesa venga effettuata a partire dall’andamento dei valori assoluti della spesa pubblica. L’andamento del valore assoluto della spesa pubblica non tiene conto delle variazioni del tasso di inflazione, così che non si hanno informazioni relative al suo andamento in termini reali. In ogni caso, anche assumendo l’ipotesi governativa, si rileva – su fonte Bundesbank – che, con la sola eccezione del 2004 e del 2011, la spesa pubblica in valore assoluto in Germania è costantemente aumentata. Può essere sufficiente rilevare che, nel triennio 2008-2010, la spesa pubblica in Germania è aumentata, nel 2008, del 3,16%, del 4,66% nel 2009 e del 3,8% nel 2010, e ben oltre il tasso d’inflazione, quindi anche in termini reali. L’aumento è imputabile essenzialmente alla crescita degli investimenti pubblici, dei salari dei dipendenti pubblici e della spesa per il pagamento degli ammortizzatori sociali.

La spesa pubblica è davvero così mal gestita e pesante, nel nostro Paese?

Ovviamente in alcuni casi lo è, e lo è soprattutto nelle aree nelle quali è alto il tasso di disoccupazione, dal momento che lì la Pubblica Amministrazione svolge la funzione (impropria) di datore di lavoro di ultima istanza. Se si pone la questione in questi termini, occorrerebbe creare semmai le condizioni per un aumento dell’occupazione per rendere meno frequenti i casi di corruzione e cattiva gestione della cosa pubblica.

Si tratta di misure che impatteranno sulla qualità del welfare, o ne avremo  un beneficio in termini di risparmio e razionalizzazione? In quale rapporto sta questa manovra con la riforma dell’articolo 81 della C.I., con cui è stato inserito in Costituzione l‘obbligo del pareggio di bilancio?

Non vedo alcun vantaggio. Si tratta, come nel caso dell’introduzione del vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione, dell’accelerazione di politiche di austerità il cui unico effetto è recessivo. In più, le politiche di austerità (aumento dell’imposizione fiscale e riduzione della spesa pubblica) sono del tutto inefficaci per l’obiettivo che si propongono – ovvero ridurre il rapporto debito pubblico/PIL. Ciò per le seguenti ragioni:

• 1.La riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della pressione fiscale) riduce l’occupazione e dunque la produzione, con il risultato che, sotto date condizioni, il rapporto debito/PIL può semmai aumentare;

• 2. La riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della pressione fiscale), riducendo l’occupazione, riduce la base imponibile e, dunque, anche per questa via, può accrescere il rapporto debito pubblico/PIL;

• 3 La riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della pressione fiscale) riduce i mercati di sbocco a danno soprattutto delle imprese che operano su mercati locali, riducendone i profitti (o determinandone il fallimento) con ricadute negative su occupazione e PIL. Anche per questo meccanismo, quanto meno si spende (e quanto più si tassa) tanto più ci si indebita e tanto più si riduce la crescita.

Perché – e lo si vede anche dai sondaggi – l’opinione corrente maggioritaria è che la spesa, l’amministrazione  e il lavoro pubblico siano fonti di inefficienza?

Non c’è dubbio che zone di inefficienza esistono, e – nella quotidianità – si sperimentano spesso. Ovviamente l’opinione corrente può essere largamente influenzata dalla propaganda dominante, ma va sottolineato che l’intervento dello Stato in economia è ciò che ha permesso la costituzione di un sistema di Welfare che oggi si intende smantellare. La sola possibile alternativa, perseguita da questo Governo, consiste nel privatizzare anche i servizi pubblici essenziali (sanità e istruzione, in primis). L’esperienza storica recente dimostra in modo inequivocabile che laddove si privatizza la qualità del servizio non sempre migliora, mentre l’unico effetto certo riguarda l’aumento dei prezzi.

di Daniele Tamburini

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