Province, quale futuro per Cremona

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Accorpare è la parola d’ordine in tempo di crisi. Si accorpano ovunque parrocchie per difetto di vocazioni, si accorpano le Province per risparmiare sui costi. Per i Comuni, il pericolo (per ora) è schivato e rimandato. Il decreto legge sulla spending review elaborato dal governo Monti ha messo alcuni paletti ben precisi: non si eliminano le Province tout court , ma si intende limitarle ad una cinquantina. Considerato che oggi sono più di 100, la maggior parte dei nuovi enti sorgerà da unioni e accorpamenti. In attesa del provvedimento ad hoc del governo, atteso tra pochi giorni, due paletti potrebbero essere individuati per garantire l’autonomia del futuro: 350mila abitanti e 3000 km quadrati. Unica eccezione: si salva comunque la Provincia che confina solo con Province di diversa regione e Province metropolitane (il solo caso italiano dovrebbe riguardare La Spezia). Delle 12 Province lombarde, solo due soddisfano la richiesta: Milano (che diverrà provincia metropolitana) e Brescia. Per le altre 10 si è aperta la caccia al miglior alleato. Cremona, come Mantova e Pavia, soddisfa solo il criterio della popolazione, non quello della grandezza del territorio. Lodi e Lecco nessuno dei due.

Il piano di riorganizzazione è previsto nell’ambito della stessa regione, quindi difficilmente si assisterà a spostamenti da una regione all’altra: come il caso di Piacenza (abitanti ok ma territorio di 2590 kmq), che sulla carta può essere aggregata solo a Parma, ma che potrebbe scegliere Cremona, nel qual caso si aprirebbe però una procedura lunga e non semplice. Proviamo a vedere dunque, sulla base di questi due assiomi, quale futuro ci attenda. In realtà, considerando il sud della Lombardia (come detto Milano e Brescia sono a posto, e l’unico confine delle 4 Province meridionali è quello, impraticabile, cremonese con Bergamo), Mantova non ha alternative all’unione con Cremona, e Pavia non ne ha che con Lodi. Si pensi che Cremona e Lodi arriverebbero a circa 2500 kmq, non sufficienti dunque. Quanto a Pavia, per soli 35 kmq (in pratica un comune) non ottiene l’autonomia. Poniamo l’ipotesi che a Pavia si perdoni il lieve ammanco: comunque Cremona non potrebbe accontentarsi di Lodi. Certo l’eventuale Provincia cremonesemantovana avrebbe come comun denominatore il corso del Po a sud, ma unirebbe la periferia di Milano con le porte di Ferrara e Rovigo. Ecco dunque chi propone che con Mantova si sposti solo il casalasco. E basterebbe, certo, ma il resto del cremonese a questo punto dovrebbe aggregarsi con Pavia e Lodi. E anche per il cremasco scorporato da CR-MN sarebbe necessaria l’unione con il pavese-lodigiano, o in alternativa con il bergamasco.

Quanto alle Province del nord, Sondrio sembrerebbe destinata a Bergamo, mentre le piccole (territorialmente) Varese, Monza e Como hanno la necessità di unire anche Lecco per garantirsi l’autonomia. Visto così, sembra un risiko che mette in discussione confini consolidati dai tempi dell’unità d’Italia, e ognuno, sfruttando la tabella a fianco che indica abitanti ed estensione territoriale delle odierne Province, può divertirsi a valutare le diverse soluzioni. La speranza è che la soluzione che si troverà sia condivisa, e non un’imposizione dall’alto. Una volta stabiliti i nuovi confini, però, non tutto sarà fatto. Vi immaginate la polemica nell’eventuale scelta tra Cremona e Mantova quale capoluogo? E il nome della nuova Provincia? Meglio avanzare un passo alla volta.

di Vanni Raineri

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