«L’Unione Monetaria Europea? E' come un matrimonio indissolubile»

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Preceduto da una grande attesa, si è svolto, nei giorni scorsi, il vertice della Unione europea a Bruxelles. In discussione, la crisi economica e le misure per contrastarla e per far ripartire sviluppo e investimenti; ma anche, e soprattutto, un grosso nodo politico: “come” combattere la crisi. La Grecia, l’Irlanda, il Portogallo lo avevano dimostrato; la Spagna e l’Italia, a forte rischio: come si fa a parlare di Unione europea, se si accetta che i mercati “isolino” e colpiscano duramente un Paese dopo l’altro, senza adottare una strategia comune perché questo non avvenga? È quanto hanno chiesto, tra gli altri, Mario Monti e François Hollande: una comune politica finanziaria di gestione del mercato dei titoli sovrani. Un uso più flessibile dei fondi europei, in funzione salva-spread. Il premier Monti ha così sottolineato i risultati: lo scudo antispread e la valutazione qualitativa della spesa pubblica serviranno a tutti, ma a noi di più, perché l’Italia, nonostante i passi in avanti che sono stati compiuti e le riforme avviate, è ancora una “sorvegliata speciale”, “vittima di uno stereotipo negativo che ci penalizza sui mercati”. Quindi, sintetizzando: la strada è ancora lunga, ma è un passo in avanti. In questi mesi, l’Europa è diventato un tema molto sentito: non tanto nelle sue potenzialità, quanto come gabbia di regole che zavorrano, invece che spingere in direzione della ripresa. Abbiamo visto anche l’intransigenza della cancelliera Merkel e ascoltato, nel contempo, il risveglio di toni antichi, fino a giungere ad un certo sentimento antitedesco. Ma il punto, ha detto il presidente emerito Ciampi, sta proprio qui: nessuno in Europa può e deve essere il “nemico” dell’altro, ed è necessario comprendere il punto di vista dell’altro, per cercare visione e politica comune. Tutto bene, quindi? Ne abbiamo parlato con il professor Giacomo Vaciago, docente di economia all’Università Cattolica di Milano, autore di molte pubblicazioni e studioso attento della realtà politico- economica del nostro tempo. Professor Vaciago, il vertice di Bruxelles della scorsa settimana ha suscitato un’attesa quasi spasmodica. Sembrava che dai suoi esiti dipendessero l’esistenza stessa dell’unione monetaria, dell’euro e anche della stessa Unione europea. Attesa giustificata, o un clamore di tipo sostanzialmente mediatico? «Stiamo vivendo una crisi che si aggrava da tre anni: non stupisce che la preoccupazione degli operatori e anzitutto dei cittadini continui a crescere. Per di più, Hollande, Monti, e Rajoi avevano tutti e tre bisogno di un qualche successo, pur avendo, i tre leaders, obiettivi nazionali ben diversi e anzitutto problemi ben diversi. Ricordo che l'economia sta andando male e che la crisi globale - iniziata nell'estate del 2007 - non è affatto terminata. Inoltre, fa comodo un po' a tutti rappresentare la Cancelliera tedesca come il classico "capro espiatorio", quello al quale (questa era la tradizione biblica) vengono trasferiti tutti i nostri peccati, facendo finta che ogni colpa sia sua!». Veniamo agli esiti: anche su questo versante, le interpretazioni sono discordi. Il risultato più eclatante sembrerebbe il cosiddetto “scudo antispread”. Lei cosa ne pensa? «Il risultato più importante - perché strutturale - è rappresentato dall'avvio della vigilanza bancaria unica, in capo alla Bce. Non so quanti anni saranno necessari per conseguire appieno un risultato così importante, ma è chiaro che questo passo era indispensabile se vogliamo davvero che con la sua liquidità la Bce aiuti la soluzione. Non può dare liquidità a banche destinate a fallire, ma chi glielo dice che quelle banche non hanno futuro? Abbiamo appena visto quante bugie dicono i tedeschi e gli spagnoli per difendere loro banche che valgono meno delle nostre! Se questo è il risultato più importante, è chiaro che come mossa di principio - anche se per ora privo di mezzi - il ricorso al fondo Salva-Stati per contenere gli "spreads" è pure importante. Non si è mai vista una unione monetaria con "spreads" come quelli che ci sono oggi in Eurozona. In altre parole, spreads siffatti indicano la probabilità di dissoluzione dell'Unione monetaria, e sono quindi politicamente inaccettabili. Nell'anno trascorso, era quasi sembrato che queste fossero pagelle che i paesi più forti davano ai più deboli». Tanto per rimanere nelle metafore calcistiche che hanno imperversato in questi giorni, chi ha vinto e chi ha perso, a Bruxelles? «Negli sport veri, è ovvio chi vince e chi perde. Ma l'analogia con lo sport è sbagliata. Perché l'Unione monetaria è come un matrimonio (mentre Monti l'ha chiamata "irreversibile", io di solito la chiamo "indissolubile"), e questo è un caso in cui è bene evitare che ci sia chi vince e chi perde. Anche perché l'Unione produce "beni comuni", cioè qualcosa che poi tutti hanno. Così è la moneta: una buona moneta, l'Euro, è a disposizione di 330 milioni di cittadini, riguarda sia i ricchi sia i poveri, sia quelli dei paesi del nord sia quelli dei paesi del sud. E quindi più che combattersi, i 17 Governi devono cooperare». Si può parlare di un cambio di rotta? Qualcuno parla di un nuovo asse Roma-Parigi-Madrid… «Negli anni scorsi, in modo a volte neppure ben meditato, era evidente un asse Merkel-Sarkozy che escludeva, invece di attrarre. Oggi, mi sembra che, anzitutto grazie al presidente Monti e al suo stile, si cerchi una gradualità di approccio che non esclude mai. Abbondano gli incontri, inizialmente a due, poi a tre, poi a quattro..., insomma, mi sembra che il gioco sia molto più articolato, e che non ci sia alcun direttorio. E tutto ciò è molto positivo». Il tema Europa è, nel bene e nel male, all’ordine del giorno: un fatto abbastanza inedito. Secondo lei, è un bene o un male? «Beati i Paesi dei quali ci siamo dimenticati: vuol dire che hanno meno problemi! E' ovvio che l'Eurozona resta nel mirino dei media perché (e finché) è nell'occhio del ciclone. Lo stesso recente incontro di Bruxelles non ha certo risolto tutti i nostri problemi. Ho infatti scritto che il risultato del vertice è stato superiore al previsto, ma inferiore al necessario. In altre parole, ci vorrà ancora molto lavoro (e molta riflessione) per riuscire ad aggiustare tutti i pasticci che sono stati fatti negli anni precedenti. Quando con incredibile leggerezza (ed irresponsabilità!) diversi Paesi sono stati abbandonati fuori controllo, quasi che bastasse avere fede che qualche miracolo poi avrebbe aggiustato tutto. Anche in Italia stiamo ora pagando il costo dei tanti errori commessi e del ritardo con cui si è voluto porvi rimedio».

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di Daniele Tamburini

Preceduto da una grande attesa, si è svolto, nei giorni scorsi, il vertice della Unione europea a Bruxelles. In discussione, la crisi economica e le misure per contrastarla e per far ripartire sviluppo e investimenti; ma anche, e soprattutto, un grosso nodo politico: “come” combattere la crisi. La Grecia, l’Irlanda, il Portogallo lo avevano dimostrato; la Spagna e l’Italia, a forte rischio: come si fa a parlare di Unione europea, se si accetta che i mercati “isolino” e colpiscano duramente un Paese dopo l’altro, senza adottare una strategia comune perché questo non avvenga? È quanto hanno chiesto, tra gli altri, Mario Monti e François Hollande: una comune politica finanziaria di gestione del mercato dei titoli sovrani. Un uso più flessibile dei fondi europei, in funzione salva-spread. Il premier Monti ha così sottolineato i risultati: lo scudo antispread e la valutazione qualitativa della spesa pubblica serviranno a tutti, ma a noi di più, perché l’Italia, nonostante i passi in avanti che sono stati compiuti e le riforme avviate, è ancora una “sorvegliata speciale”, “vittima di uno stereotipo negativo che ci penalizza sui mercati”. Quindi, sintetizzando: la strada è ancora lunga, ma è un passo in avanti. In questi mesi, l’Europa è diventato un tema molto sentito: non tanto nelle sue potenzialità, quanto come gabbia di regole che zavorrano, invece che spingere in direzione della ripresa. Abbiamo visto anche l’intransigenza della cancelliera Merkel e ascoltato, nel contempo, il risveglio di toni antichi, fino a giungere ad un certo sentimento antitedesco. Ma il punto, ha detto il presidente emerito Ciampi, sta proprio qui: nessuno in Europa può e deve essere il “nemico” dell’altro, ed è necessario comprendere il punto di vista dell’altro, per cercare visione e politica comune. Tutto bene, quindi? Ne abbiamo parlato con il professor Giacomo Vaciago, docente di economia all’Università Cattolica di Milano, autore di molte pubblicazioni e studioso attento della realtà politico- economica del nostro tempo. 

Professor Vaciago, il vertice di Bruxelles della scorsa settimana ha suscitato un’attesa quasi spasmodica. Sembrava che dai suoi esiti dipendessero l’esistenza stessa dell’unione monetaria, dell’euro e anche della stessa Unione europea. Attesa giustificata, o un clamore di tipo sostanzialmente mediatico? 

«Stiamo vivendo una crisi che si aggrava da tre anni: non stupisce che la preoccupazione degli operatori e anzitutto dei cittadini continui a crescere. Per di più, Hollande, Monti, e Rajoi avevano tutti e tre bisogno di un qualche successo, pur avendo, i tre leaders, obiettivi nazionali ben diversi e anzitutto problemi ben diversi. Ricordo che l'economia sta andando male e che la crisi globale - iniziata nell'estate del 2007 - non è affatto terminata. Inoltre, fa comodo un po' a tutti rappresentare la Cancelliera tedesca come il classico "capro espiatorio", quello al quale (questa era la tradizione biblica) vengono trasferiti tutti i nostri peccati, facendo finta che ogni colpa sia sua!». 

Veniamo agli esiti: anche su questo versante, le interpretazioni sono discordi. Il risultato più eclatante sembrerebbe il cosiddetto “scudo antispread”. Lei cosa ne pensa? 

«Il risultato più importante - perché strutturale - è rappresentato dall'avvio della vigilanza bancaria unica, in capo alla Bce. Non so quanti anni saranno necessari per conseguire appieno un risultato così importante, ma è chiaro che questo passo era indispensabile se vogliamo davvero che con la sua liquidità la Bce aiuti la soluzione. Non può dare liquidità a banche destinate a fallire, ma chi glielo dice che quelle banche non hanno futuro? Abbiamo appena visto quante bugie dicono i tedeschi e gli spagnoli per difendere loro banche che valgono meno delle nostre! Se questo è il risultato più importante, è chiaro che come mossa di principio - anche se per ora privo di mezzi - il ricorso al fondo Salva-Stati per contenere gli "spreads" è pure importante. Non si è mai vista una unione monetaria con "spreads" come quelli che ci sono oggi in Eurozona. In altre parole, spreads siffatti indicano la probabilità di dissoluzione dell'Unione monetaria, e sono quindi politicamente inaccettabili. Nell'anno trascorso, era quasi sembrato che queste fossero pagelle che i paesi più forti davano ai più deboli». 

Tanto per rimanere nelle metafore calcistiche che hanno imperversato in questi giorni, chi ha vinto e chi ha perso, a Bruxelles? 

«Negli sport veri, è ovvio chi vince e chi perde. Ma l'analogia con lo sport è sbagliata. Perché l'Unione monetaria è come un matrimonio (mentre Monti l'ha chiamata "irreversibile", io di solito la chiamo "indissolubile"), e questo è un caso in cui è bene evitare che ci sia chi vince e chi perde. Anche perché l'Unione produce "beni comuni", cioè qualcosa che poi tutti hanno. Così è la moneta: una buona moneta, l'Euro, è a disposizione di 330 milioni di cittadini, riguarda sia i ricchi sia i poveri, sia quelli dei paesi del nord sia quelli dei paesi del sud. E quindi più che combattersi, i 17 Governi devono cooperare». 

Si può parlare di un cambio di rotta? 

Qualcuno parla di un nuovo asse Roma-Parigi-Madrid… «Negli anni scorsi, in modo a volte neppure ben meditato, era evidente un asse Merkel-Sarkozy che escludeva, invece di attrarre. Oggi, mi sembra che, anzitutto grazie al presidente Monti e al suo stile, si cerchi una gradualità di approccio che non esclude mai. Abbondano gli incontri, inizialmente a due, poi a tre, poi a quattro..., insomma, mi sembra che il gioco sia molto più articolato, e che non ci sia alcun direttorio. E tutto ciò è molto positivo». 

Il tema Europa è, nel bene e nel male, all’ordine del giorno: un fatto abbastanza inedito. Secondo lei, è un bene o un male? 

«Beati i Paesi dei quali ci siamo dimenticati: vuol dire che hanno meno problemi! E' ovvio che l'Eurozona resta nel mirino dei media perché (e finché) è nell'occhio del ciclone. Lo stesso recente incontro di Bruxelles non ha certo risolto tutti i nostri problemi. Ho infatti scritto che il risultato del vertice è stato superiore al previsto, ma inferiore al necessario. In altre parole, ci vorrà ancora molto lavoro (e molta riflessione) per riuscire ad aggiustare tutti i pasticci che sono stati fatti negli anni precedenti. Quando con incredibile leggerezza (ed irresponsabilità!) diversi Paesi sono stati abbandonati fuori controllo, quasi che bastasse avere fede che qualche miracolo poi avrebbe aggiustato tutto. Anche in Italia stiamo ora pagando il costo dei tanti errori commessi e del ritardo con cui si è voluto porvi rimedio».

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