Lavoro: un’emergenza per giovani e donne

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di Danile Tamburini
In Italia, “la partecipazione al mercato del lavoro ed il tasso di occupazione sono ancora bassi, in particolare per i giovani, le donne ed i lavoratori anziani”. Questa valutazione è contenuta nel documento introduttivo alle raccomandazioni specifiche per ciascun Paese che la Commissione Europea sta approvando. Si legge, tra le altre cose, che, pur in presenza di una riforma del mercato del lavoro "sufficientemente ambiziosa", e nel riconoscere che il Paese si è mostrato "determinato" nell'azione di risanamento dei conti pubblici, il problema della disoccupazione, in particolar modo giovanile e femminile, è grave. Tra le debolezze individuate, l’“insoddisfacente qualità del sistema educativo e di formazione”, con “alti livelli di abbandono scolastico”. Il documento è chiaro: nessun progresso è stato fatto sull’aumento del tasso di occupazione (61,1% nel 2009, 61,1% nel 2010, contro un obiettivo di 67- 69%). Ne abbiamo parlato con Rosangela Lodigiani, docente di sociologia presso l’Università Cattolica di Milano. Professoressa Lodigiani, lo scenario che abbiamo di fronte è estremamente complesso, e non riducibile a schematizzazioni rigide, ma lei è d’accordo sulla particolare difficoltà di giovani e donne, in questa fase? «Purtroppo è così. Sono i dati a dircelo. Le più recenti rilevazioni dell’Istat lo confermano. Guardiamo anzitutto ai giovani. Il tasso di disoccupazione dei 15-24 anni ha superato a marzo 2012 il 35,9%. Ovvero ben oltre tre volte quello complessivo (9,8%). Dunque più di tre giovani su dieci, tra quanti sono alla ricerca attiva di una occupazione, non la trovano. Ma non è solo l’aumento della disoccupazione a dover essere messa al centro dell’attenzione, bensì anche il permanere di un basso tasso di attività. Tra i 15-24enni solo 3 su 10 fanno parte delle forze di lavoro. Se tale dato è da attribuire anzitutto alla massiccia partecipazione dei giovani al sistema formativo (come è naturale che sia almeno sino al compimento del diritto-dovere di istruzione e formazione fino a 18 anni), negli anni più recenti si spiega anche con l’aumento dei giovani “Neet”, cioè di quei giovani 15-29enni che non sono né a scuola né al lavoro. Fenomeno che in Italia registra valori sensibilmente superiori alla media europea (22% vs 15% nel 2010). Un segnale allarmante di scoraggiamento non solo nei confronti del lavoro (si rinuncia a cercarlo, immaginando di non trovarlo), ma anche nell’investimento nel proprio capitale umano. Basti ricordare quanto rilevato dal XVI Rapporto AlmaLaurea: i 19enni che si iscrivono all’università sono solo il 29%, meno di uno su tre, e le iscrizioni sono diminuite del 15% negli ultimi otto anni. Proprio il contrario di ciò che si dovrebbe fare guardando al futuro in un’ottica di lungo periodo. Veniamo alle donne. L’occupazione femminile è in calo. La crisi ha interrotto il lungo periodo di crescita iniziato nei primi anni ’90. Una crescita moderata, ma particolarmente importante se si considera il gap che continua a separarci dal resto dell’Europa. Praticamente ultima in graduatoria, con un tasso di occupazione al 46,9%, l’Italia è ben lontana dall’obiettivo del 60% che era stato indicato Lisbona per il 2010 (la media europea è oltre il 58%). Per di più, come è stato evidenziato agli “Stati generali del lavoro delle donne in Italia” tenutisi al Cnel lo scorso febbraio, le politiche di risparmio e rigore promosse per contenere la spesa pubblica acuiscono il problema colpendo settori ad alta densità di lavoro femminile (pubblico impiego, servizi sociali)». Potremmo parlare, poi, delle giovani donne… «In questo caso, differenze d’età e di genere determinano un doppio svantaggio. Il tasso di occupazione delle giovani donne sino a 29 anni (29%) è di oltre 8 punti percentuali più basso di quello dei loro coetanei (37,6%), e il divario sale a 12 punti se si allarga la fascia d’età sino ai 34enni. A ciò si aggiunga che i contratti atipici sono più diffusi tra le giovani lavoratrici e che le retribuzioni femminili sono inferiori. Inoltre, nonostante siano le ragazze a studiare di più e a conseguire la laurea con percorsi più regolari e votazioni migliori, il capitale loro umano è meno valorizzato. E le cose migliorano lentamente nel corso della carriera lavorativa: permangono anche nelle età più avanzate il sottoutilizzo delle competenze, le retribuzioni più basse, le condizioni contrattuali meno tutelate». Perché, secondo lei, c’è una resistenza così grande, nel nostro Paese, a non dare spazio ai/alle giovani? «La difficoltà maggiore è nel valorizzare le competenze e le capacità dei giovani, aprendo loro l’accesso a posizioni di responsabilità. Siamo un paese tendenzialmente statico, a bassa mobilità sociale, e da questo punto di vista, asfittico. Basti pensare al fenomeno della “fuga dei cervelli”. Tuttavia, non asseconderei la lettura prevalente in questo periodo che tende ad alimentare l’idea di un conflitto intergenerazionale. Le stesse dinamiche demografiche se ben osservate contribuiscono a ridimensionare questo aspetto. Il calo delle coorti dei giovani renderà difficile realizzare in futuro il ricambio generazionale. E la strada da percorrere è al contrario quella di un patto tra le generazioni ». Abbiamo pubblicato recentemente, sul nostro giornale, un’inchiesta sul calo demografico: solo colpa della crisi, o c’è dell’altro? «Il calo demografico ha radici profonde e lontane. La crisi aggiunge il suo carico, ma non è il fattore scatenante. Occorrerebbe qui un discorso lungo, capace di tenere insieme le trasformazioni di ordine socio-culturale, i cambiamenti dei corsi di vita delle persone, le debolezze del sistema di welfare e naturalmente le difficoltà occupazionali di cui abbiamo già parlato. Promuovere l’autonomizzazione e la transizione al lavoro (un lavoro buono!) dei giovani è il primo passo verso la ripresa della natalità. Il secondo è lo sviluppo di politiche di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Il terzo, politiche finalizzate a sostenere i “costi della natalità”, a rendere equo il sistema della tassazione rispetto all’ampiezza e ai carichi di cura del nucleo familiare». Rispetto al farsi carico del lavoro di cura (verso la casa, i figli, i genitori, eccetera) lei crede che ci sia una crescita di consapevolezza maschile? «Direi ottimisticamente di sì, quantomeno pensando ai giovani. Maggiore capacità di condivisione la si ritrova soprattutto tra le giovani coppie più istruite e a “doppia carriera”. Ma lungo il corso di vita le cose cambiano. Le ricerche indicano che la nascita dei figli ri-sbilancia i ruoli. Basti guardare la crollo dell’occupazione dopo la nascita del primo figlio e ancor più del secondo. E l’asimmetria resta anche quando i bambini non sono più piccoli e quando le donne mantengono la loro occupazione. Sono sempre in larga misura loro a tenere le redini dell’organizzazione familiare anche quando hanno un lavoro extradomestico». Allo Stato non si può chiedere tutto, ma lo Stato dovrebbe farsi carico di sostenere l’insostituibile sussidiarietà di famiglie e, in particolare, delle donne: è d’accordo? «Penso che il nostro sistema di welfare, tipicamente familista, ha bisogno di essere supportato in più modi, anche uscendo da una riduttiva (in questo caso) ottica di genere, per aiutare ad affrontare la questione della conciliazione e dell’espletamento delle responsabilità familiari non più come questioni che riguardano unicamente le donne. Quanto alle politiche penso anzitutto a misure “defamilizzanti”, finalizzate cioè ad alleggerire il carico che è posto nelle mani della famiglia (più servizi socio-educativi per i bambini e di cura per gli anziani). Ma penso anche a politiche tese a realizzare un “familismo sostenibile”, cioè tese a far sì che le responsabilità familiari siano svolte senza sacrificare chi se ne fa carico (per es. congedi familiari più lunghi sia per l’accudimento dei bambini che degli anziani, riconoscimento a fini previdenziali del ruolo svolto all’interno della famiglia, orari di lavoro flessibili e amichevoli). La solidarietà famigliare è una risorsa straordinaria che va supportata per evitare che “intrappoli” o che penalizzi chi non ha la fortuna di potervi fare affidamento»

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La professoressa Rosangela Lodigiani: «Per le donne permangono il sottoutilizzo delle competenze, retribuzioni più basse, minori tutele»

«In futuro il ricambio generazionale sarà sempre più difficile. Ci vorrà un patto tra generazioni»

di Danile Tamburini

In Italia, “la partecipazione al mercato del lavoro ed il tasso di occupazione sono ancora bassi, in particolare per i giovani, le donne ed i lavoratori anziani”. Questa valutazione è contenuta nel documento introduttivo alle raccomandazioni specifiche per ciascun Paese che la Commissione Europea sta approvando. Si legge, tra le altre cose, che, pur in presenza di una riforma del mercato del lavoro "sufficientemente ambiziosa", e nel riconoscere che il Paese si è mostrato "determinato" nell'azione di risanamento dei conti pubblici, il problema della disoccupazione, in particolar modo giovanile e femminile, è grave. Tra le debolezze individuate, l’“insoddisfacente qualità del sistema educativo e di formazione”, con “alti livelli di abbandono scolastico”. Il documento è chiaro: nessun progresso è stato fatto sull’aumento del tasso di occupazione (61,1% nel 2009, 61,1% nel 2010, contro un obiettivo di 67- 69%). Ne abbiamo parlato con Rosangela Lodigiani, docente di sociologia presso l’Università Cattolica di Milano. Professoressa Lodigiani, lo scenario che abbiamo di fronte è estremamente complesso, e non riducibile a schematizzazioni rigide, ma lei è d’accordo sulla particolare difficoltà di giovani e donne, in questa fase? «Purtroppo è così. Sono i dati a dircelo. Le più recenti rilevazioni dell’Istat lo confermano. Guardiamo anzitutto ai giovani. Il tasso di disoccupazione dei 15-24 anni ha superato a marzo 2012 il 35,9%. Ovvero ben oltre tre volte quello complessivo (9,8%). Dunque più di tre giovani su dieci, tra quanti sono alla ricerca attiva di una occupazione, non la trovano. Ma non è solo l’aumento della disoccupazione a dover essere messa al centro dell’attenzione, bensì anche il permanere di un basso tasso di attività. Tra i 15-24enni solo 3 su 10 fanno parte delle forze di lavoro. Se tale dato è da attribuire anzitutto alla massiccia partecipazione dei giovani al sistema formativo (come è naturale che sia almeno sino al compimento del diritto-dovere di istruzione e formazione fino a 18 anni), negli anni più recenti si spiega anche con l’aumento dei giovani “Neet”, cioè di quei giovani 15-29enni che non sono né a scuola né al lavoro. Fenomeno che in Italia registra valori sensibilmente superiori alla media europea (22% vs 15% nel 2010). Un segnale allarmante di scoraggiamento non solo nei confronti del lavoro (si rinuncia a cercarlo, immaginando di non trovarlo), ma anche nell’investimento nel proprio capitale umano. Basti ricordare quanto rilevato dal XVI Rapporto AlmaLaurea: i 19enni che si iscrivono all’università sono solo il 29%, meno di uno su tre, e le iscrizioni sono diminuite del 15% negli ultimi otto anni. Proprio il contrario di ciò che si dovrebbe fare guardando al futuro in un’ottica di lungo periodo. Veniamo alle donne. L’occupazione femminile è in calo. La crisi ha interrotto il lungo periodo di crescita iniziato nei primi anni ’90. Una crescita moderata, ma particolarmente importante se si considera il gap che continua a separarci dal resto dell’Europa. Praticamente ultima in graduatoria, con un tasso di occupazione al 46,9%, l’Italia è ben lontana dall’obiettivo del 60% che era stato indicato Lisbona per il 2010 (la media europea è oltre il 58%). Per di più, come è stato evidenziato agli “Stati generali del lavoro delle donne in Italia” tenutisi al Cnel lo scorso febbraio, le politiche di risparmio e rigore promosse per contenere la spesa pubblica acuiscono il problema colpendo settori ad alta densità di lavoro femminile (pubblico impiego, servizi sociali)». Potremmo parlare, poi, delle giovani donne… «In questo caso, differenze d’età e di genere determinano un doppio svantaggio. Il tasso di occupazione delle giovani donne sino a 29 anni (29%) è di oltre 8 punti percentuali più basso di quello dei loro coetanei (37,6%), e il divario sale a 12 punti se si allarga la fascia d’età sino ai 34enni. A ciò si aggiunga che i contratti atipici sono più diffusi tra le giovani lavoratrici e che le retribuzioni femminili sono inferiori. Inoltre, nonostante siano le ragazze a studiare di più e a conseguire la laurea con percorsi più regolari e votazioni migliori, il capitale loro umano è meno valorizzato. E le cose migliorano lentamente nel corso della carriera lavorativa: permangono anche nelle età più avanzate il sottoutilizzo delle competenze, le retribuzioni più basse, le condizioni contrattuali meno tutelate». Perché, secondo lei, c’è una resistenza così grande, nel nostro Paese, a non dare spazio ai/alle giovani? «La difficoltà maggiore è nel valorizzare le competenze e le capacità dei giovani, aprendo loro l’accesso a posizioni di responsabilità. Siamo un paese tendenzialmente statico, a bassa mobilità sociale, e da questo punto di vista, asfittico. Basti pensare al fenomeno della “fuga dei cervelli”. Tuttavia, non asseconderei la lettura prevalente in questo periodo che tende ad alimentare l’idea di un conflitto intergenerazionale. Le stesse dinamiche demografiche se ben osservate contribuiscono a ridimensionare questo aspetto. Il calo delle coorti dei giovani renderà difficile realizzare in futuro il ricambio generazionale. E la strada da percorrere è al contrario quella di un patto tra le generazioni ». Abbiamo pubblicato recentemente, sul nostro giornale, un’inchiesta sul calo demografico: solo colpa della crisi, o c’è dell’altro? «Il calo demografico ha radici profonde e lontane. La crisi aggiunge il suo carico, ma non è il fattore scatenante. Occorrerebbe qui un discorso lungo, capace di tenere insieme le trasformazioni di ordine socio-culturale, i cambiamenti dei corsi di vita delle persone, le debolezze del sistema di welfare e naturalmente le difficoltà occupazionali di cui abbiamo già parlato. Promuovere l’autonomizzazione e la transizione al lavoro (un lavoro buono!) dei giovani è il primo passo verso la ripresa della natalità. Il secondo è lo sviluppo di politiche di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Il terzo, politiche finalizzate a sostenere i “costi della natalità”, a rendere equo il sistema della tassazione rispetto all’ampiezza e ai carichi di cura del nucleo familiare». Rispetto al farsi carico del lavoro di cura (verso la casa, i figli, i genitori, eccetera) lei crede che ci sia una crescita di consapevolezza maschile? «Direi ottimisticamente di sì, quantomeno pensando ai giovani. Maggiore capacità di condivisione la si ritrova soprattutto tra le giovani coppie più istruite e a “doppia carriera”. Ma lungo il corso di vita le cose cambiano. Le ricerche indicano che la nascita dei figli ri-sbilancia i ruoli. Basti guardare la crollo dell’occupazione dopo la nascita del primo figlio e ancor più del secondo. E l’asimmetria resta anche quando i bambini non sono più piccoli e quando le donne mantengono la loro occupazione. Sono sempre in larga misura loro a tenere le redini dell’organizzazione familiare anche quando hanno un lavoro extradomestico». Allo Stato non si può chiedere tutto, ma lo Stato dovrebbe farsi carico di sostenere l’insostituibile sussidiarietà di famiglie e, in particolare, delle donne: è d’accordo? «Penso che il nostro sistema di welfare, tipicamente familista, ha bisogno di essere supportato in più modi, anche uscendo da una riduttiva (in questo caso) ottica di genere, per aiutare ad affrontare la questione della conciliazione e dell’espletamento delle responsabilità familiari non più come questioni che riguardano unicamente le donne. Quanto alle politiche penso anzitutto a misure “defamilizzanti”, finalizzate cioè ad alleggerire il carico che è posto nelle mani della famiglia (più servizi socio-educativi per i bambini e di cura per gli anziani). Ma penso anche a politiche tese a realizzare un “familismo sostenibile”, cioè tese a far sì che le responsabilità familiari siano svolte senza sacrificare chi se ne fa carico (per es. congedi familiari più lunghi sia per l’accudimento dei bambini che degli anziani, riconoscimento a fini previdenziali del ruolo svolto all’interno della famiglia, orari di lavoro flessibili e amichevoli). La solidarietà famigliare è una risorsa straordinaria che va supportata per evitare che “intrappoli” o che penalizzi chi non ha la fortuna di potervi fare affidamento»

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