GUIDO BRAGADINI
1892 - 1950
DALL'ACCADEMIA AL REALISMO

Cremona - Palazzo Comunale
Sala degli Alabardieri
18 novembre 2000 - 14 gennaio 2001


BRAGADINI INEDITO

| IL COMITATO SCIENTIFICO | | LE OPERE ESPOSTE |

Un impegno morale connota tutta la vasta produzione di Guido Bragadini, compresi i numerosi inediti che costituiscono l’asse portante di questa mostra, e che, nel suo caso, si rivela nel modo profondo, intimo, ‘pensato’, di rappresentare la natura delle cose, la vita, nel suo complesso. Che si tratti di un paesaggio o di uomini e donne al lavoro o ancora dei suoi celebri ritratti, l’essenza costante delle sue opere è il procedimento di scavo, mai appagato, per entrare nelle cose, nelle persone, nei volti, per capire fino in fondo cosa significa fatica, cosa significa sofferenza, ma anche solo per carpire un bagliore di luce, fuggevole e unico. E’ allora che Bragadini si fa albero, si fa fiume, si fa volto, considerando un dovere morale fare propri, percependoli fino in fondo, i sentimenti umani, le sensazioni della natura, perché solo viaggiando dentro a quei microcosmi l’artista riesce a ricavarne l’essenza piena e a rappresentarla. Solo così riesce ad esprimere lo sconfinato amore per la natura e per la sua terra nei dipinti realizzati a S.Secondo nei primi anni Venti: “Lungo il Taro” e “Riposo del pastore” sono due esemplari del suo lirismo appena sussurrato, con quelle lanche piccole, dalle anse morbide e dolci dove un uomo con tabarro, robusta figura di contadino padano risolta in controluce, può fermarsi a riposare perdendo il suo sguardo su un orizzonte lontano o ancora dove una luce invernale raggela la natura circostante in un variare di tonalità rosa, azzurro, argento. E’ singolare, in molti suoi paesaggi, l’assoluta mancanza della presenza umana, quasi a voler preservare la bellezza incontaminata di certi scorci come quelli che ritraggono ancora il Taro o il suo Po, con la presenza di poche barche che accennano appena ad un legame con l’uomo e con il suo lavoro, senza mai approfondire gli aspetti più duri della fatica fisica. La Natura è qualcosa di veramente sacro per Bragadini, anche quando essa costringe l’uomo al sacrificio, determinandone pure la sua storia sociale. I “Contadini al lavoro” o “I contadini che si dissetano” o ancora “Il granoturco sull’aia” ci parlano di fame e di miseria; i volti cotti dal sole e dal caldo, le donne ricurve sotto il peso del loro lavoro o intente a vangare ci dicono di una condizione dura, ma vissuta sempre con grande dignità. L’intonazione dorata della luce, enfatizzata dal crescendo abbagliante dei gialli, l’impaginazione sapiente e calibrata dell’artista già maturo, quella generale placida armonia che regola i gesti quotidiani e ne scandisce il ritmo rappresentano l’uscita di sicurezza, la possibilità di spogliare dalla retorica o dal becero realismo la sua arte, per conferirle compostezza ed equilibrio, perché il senso anche duro del vivere sia presente, ma senza essere urlato, o peggio, esibito. E attraverso quel mondo narrato per immagini, attraverso quelle microstorie quotidiane, invisibili se non fosse stato per il riscatto del suo pennello, riusciamo a ricostruire la Storia, quella dei libri per intenderci, gli anni Venti del dopoguerra e gli anni Trenta delle riforme agrarie e sociali di un regime che non fu mai in grado di risolvere a pieno situazioni sociali e contrattuali che si trascinavano almeno dall’unità d’Italia. E’ come se Bragadini ci fornisse la sua chiave d’interpretazione della storia e della vita, e non solo nelle immagini di una certa coralità, ma anche nei ritratti dei familiari, degli amici, dei conoscenti: gente comune, chi più importante chi meno, della sua zona. Questi sono i personaggi che variamente si sono intrecciati alla biografia stessa dell’artista, entrandone, uscendone, talvolta rimanendovi e imprimendovi svolte particolarmente significative. In questo senso la mostra di Sala Alabardieri, oltre a ripercorrere la carriera artistica di Guido Bragadini, ha rappresentato l’importante opportunità di diffondere a Cremona la conoscenza di opere di grande interesse sia per l’intrinseco valore artistico sia anche per l’aspetto storico-documentario, quest’ultimo fondamentale per ricostruire, o meglio ricomporre al loro giusto posto, alcuni tasselli della biografia dell’artista. La ricognizione degli inediti ha condotto fino a Parma, passando attraverso S.Secondo, e ha permesso di parlare anche con persone che, per racconti di famiglia o per averlo conosciuto di persona, hanno fornito interessanti testimonianze soprattutto sul periodo giovanile trascorso a S.Secondo, quando, di ritorno dalla prima guerra mondiale, di cui non volle mai ricordare gli orrori nella sua pittura, spinto dal dott.Bandini che credeva fermamente nelle sue possibilità artistiche, Bragadini trovò il coraggio di trasferirsi a Roma all'Accademia d'Arte e di specializzarsi nello studio della figura. Un fil rouge che ci conduce in un viaggio interiore, nell’approfondimento di quelle che furono le sue tematiche e i suoi soggetti preferiti, non ultimi le sue amate barche che hanno il compito, apparentemente semplice, di ricondurci sempre alla vera essenza della sua arte, a quel modo sintetico e laconico che Bragadini aveva di cantare la Natura, elevandone gli aspetti meno appariscenti. Questo accade anche nelle non frequenti nature morte, almeno non in quelle “d’apparat” realizzate secondo i canoni del genere, ma in quelle più intime, oserei dire, domestiche, quelle dello scorcio di piatti impilati e dei bicchieri di celeste trasparenza, messi sul tavolo in attesa o dopo il desinare: scene di famiglia in interno, probabilmente di confidenze (e vogliamo immaginarne tante!) davanti a quei bicchieri e a quei piatti e al loro gozzaniano “azzurro di stoviglia”: è il medesimo spirito che anima queste nature morte, gli scorci di barche, i suoi contadini e i ritratti. Tutta l’opera di Bragadini è improntata a questo spirito, quasi un dovere, si diceva, di dare dignità all’umiltà, delle cose, dell’uomo, della natura, della vita. Probabilmente Bragadini non si è mai posto l’assillo di riconoscere il valore di ‘opera d’arte’ ai suoi dipinti o ai suoi disegni, sapendo che questo era compito della critica: Bragadini, il suo difficile mestiere d’artista l’ha interpretato innanzitutto come “mestiere di vivere” e, come tale, con quel pesante fardello di responsabilità e di rigore etico che sono propri del vero artista.
DONATELLA MIGLIORE

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